Negli ultimi giorni una spedizione oceanografica sta finalmente riportando in superficie dal fondo dell’oceano Atlantico i corpi di alcuni passeggeri del volo 447 della Air France. L’aereo smise improvvisamente di trasmettere ai centri di controllo a terra nelle prime ore del 1 giugno 2009, quando si trovava più o meno a metà strada tra il Brasile e il continente africano. Il magazine del New York Times racconta in una lunga inchiesta quello che si sa dell’incidente a due anni di distanza, i molti punti oscuri e le difficoltà delle indagini su quello che è successo.
Il modello del tubo di Pitot montato sul volo 447 era prodotto da una ditta francese, la Thales. A partire dai primi anni Duemila si iniziò a notare che il Thales AA aveva problemi con il ghiaccio alle basse temperature e a grandi altitudini. Il meccanismo aveva dimostrato malfunzionamenti in una ventina di casi, nessuno dei quali aveva portato a incidenti veramente pericolosi. Una prima direttiva dell’Air France raccomandava di sostituire i Thales AA solo “in caso di guasto”. Gli accertamenti dell’Airbus e della compagnia aerea andavano per le lunghe e solo ad aprile del 2009 si concluse che, effettivamente, il nuovo modello BA della Thales funzionava meglio: la Air France ordinò i ricambi per sostituirli, ma quando il volo 447 decollò con i suoi tre tubi di Pitot modello AA, i nuovi BA erano ancora stoccati da qualche settimana in un magazzino della compagnia, in Francia.